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Separazione con Addebito 1 - 2 - 3

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Addebito nella separazione: chi paga i danni?

Rileva la Cassazione che l’assegno di divorzio non ha alcuna funzione risarcitoria, ma soltanto assistenziale, e quindi resta aperta la possibilità di agire autonomamente per il risarcimento se sussiste violazione dei diritti della persona. Il diritto al risarcimento del danno, derivante dall’inadempimento delle obbligazioni matrimoniali, di norma veniva escluso dalla giurisprudenza. Tale orientamento, poggiava sulla considerazione secondo la quale, dalla separazione personale dei coniugi, può nascere sul piano economico, a prescindere dai provvedimenti sull’affidamento, collocamento dei figli e sull’assegnazione della casa coniugale, solo il diritto al mantenimento, a carico dell’uno ed a favore dell’altro, sempreché ne ricorrano le circostanze specificatamente previste dalla legge.



 


Tuttavia, vari tribunali italiani, avevano iniziato a dissentire da tale orientamento che, invero non rende giustizia a determinate situazioni nelle quali comportamenti scorretti che portano al fallimento dell’unione appaiono così macroscopicamente rilevanti da dar luogo non solo alla pronuncia dell’addebito, ma anche ad un pregiudizio sul piano personale, psicologico, e quindi sotto il profilo dell’integrità psicofisica, in danno del soggetto incolpevole..

L’addebito nella normativa e nella pratica

L’art. 151 c.c. prevede che il giudice, pronunciando la separazione dichiara, ove ne ricorrono le circostanze ed ove vi sia richiesta, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio. I rapporti ed i diritti-doveri intercorrenti tra i coniugi e nei confronti dei figli, sono contemplati negli art.li da 143 a 148 c.c., norme novellate dalla legge n° 151/75, che sostanzialmente statuiscono l’obbligo di fedeltà, l’obbligo di assistenza morale e materiale, l’obbligo di collaborazione nell’interesse familiare, l’obbligo di coabitazione, l’obbligo di contribuire ai bisogni familiari secondo le proprie capacità di reddito e le proprie sostanze ed infine l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole. Gli effetti dell’addebito nella separazione, a parte la funzione morale dell’istituto, sono quelli, come accennato in altre occasioni, di cui agli art.li 156 c.c. e di cui all’art. 548 c.c.

Nel primo caso, il coniuge al quale non sia addebitabile la separazione, ricorrendone i presupposti, ha diritto di ricevere dall’altro quanto necessario al suo mantenimento, quando non abbia adeguati redditi propri, (da ricordare che, comunque anche in caso di addebito sussiste sempre l’obbligo degli alimenti). Il secondo effetto dell’addebito è viceversa quello dell’esclusione dai diritti successori (che comunque cessano in ogni caso, dopo il triennio, con il divorzio), laddove, il coniuge al quale sia stata addebitata la separazione con sentenza passata in giudicato, non ha più diritto a partecipare all’eredità ma, soltanto ad un assegno vitalizio, se al momento dell’apertura della successione godeva degli alimenti. Ricordiamo ad colorandum che, la possibilità di addebitare la separazione al coniuge colpevole, in origine non era affatto prevista nel progetto iniziale della legge e venne introdotta solo in fase di votazione in aula. Pertanto data la modestia degli effetti dell’addebito, la relativa domanda, una volta assunti i provvedimenti presidenziali, difficilmente viene poi coltivata in istruttoria, se non quando l’addebito è finalizzato ad eliminare il mantenimento, nel caso di coniuge privo di reddito.

Così spesso accade che, se al momento del deposito del ricorso della separazione in Tribunale, sotto la spinta dell’animosità iniziale, vengono enucleate, con dovizia di particolari pungenti, le violazioni dei doveri derivanti dal rapporti di coniugio imputabili alla controparte, successivamente alla pronunzia presidenziale, (che dispone circa l’affidamento ed il collocamento dei figli, il diritto di visita, l’assegnazione o meno della casa e la determinazione di un assegno di mantenimento per il coniuge e/o figli), difficilmente viene curata l’istruttoria per pervenire alla declaratoria di addebito, quantomeno per ridurre i tempi del processo..

Addebito e risarcimento dei danni

In molte occasioni i legali hanno cercato di forzare tale valutazione riduttiva della colpa, nel fallimento del matrimonio, dando luogo a numerosi tentativi finalizzati ad ottenere, al di là della mera pronuncia morale, altresì un equo risarcimento del danno. Ovviamente non vi è discussione allorché la violazione dei doveri matrimoniali consista anche in un vero e proprio illecito previsto normativamente come nel caso di percosse, maltrattamenti, mancanza di prestazione di alimenti e simili, tutte fattispecie che autonomamente sono configurabili come illecito civile e penale e danno luogo ovviamente al diritto del risarcimento economico del pregiudizio subito.

Si vuole invece far riferimento a tutte le altre fattispecie nelle quali pur sussistendo l’addebito della separazione, come per esempio nel caso più frequente di violazione dell’obbligo di fedeltà, o di inesistente collaborazione ed assistenza vicendevole, manchi una specifica norma violata a carattere risarcitorio. Infatti, tenuto conto che il matrimonio costituisce un istituto, seppure particolarissimo, comunque con effetti di natura contrattuale, la violazione di questi dovrebbe dar luogo senza dubbio al risarcimento dei danni. Sotto altra luce, il diritto al risarcimento può scaturire certamente sotto il profilo dell’art. 2043 c.c., laddove il comportamento doloso o colposo che dà luogo al fallimento dell’unione sia foriero di un rilevantissimo danno, che non infrequentemente pregiudica la vita futura dell’altro coniuge in maniera irreversibile.

ll pregiudizio subito dal coniuge incolpevole

Al di là della responsabilità contrattuale, infatti, sotto il profilo extracontrattuale ex art. 2043 c.c., anche nell’ambito del fallimento dell’unione coniugale sono ravvisabili innumerevoli fattispecie dalle quali effettivamente scaturiscono i presupposti previsti teoricamente dalla norma per la richiesta risarcitoria. I casi statisticamente più frequenti di richiesta risarcitoria vedono quasi sempre la donna come soggetto leso.
Estremamente comune è il fallimento dell’unione imputabile al marito il quale dà corso ad altra relazione extraconiugale, lasciando la donna in età non più giovanile con i figli presso di lei collocati e quindi con difficoltà oggettive a ricreare un nuovo menage, e dunque con un danno esistenziale in re ipsa, se non addirittura con conseguenze sul piano psicofisico, con stati depressivi anche gravi.

Altrettanto frequenti sono quelle situazioni in cui, la donna, fidando nella prosecuzione dell’unione coniugale, con l’accordo del marito, si  dedichi alla famiglia abbandonando le possibilità derivanti dal titolo di studio o dalle proprie inclinazioni, e quindi trascurando le occasioni lavorative e poi, in seguito all’abbandono da parte dell’altro coniuge, si trovi non solo nella impossibilità di ricostituire una nuova famiglia, ma soprattutto senza più alcuna possibilità di reinserirsi nel mondo del lavoro e quindi senza possibilità di ottenere le soddisfazioni e i guadagni ai quali avrebbe avuto diritto se non avesse fidato nella continuità del matrimonio.
Si pensi ancora alle situazioni familiari ancora più gravi in cui sussiste la violazione dei principi più elementari di convivenza e di rispetto reciproco, ai rapporti nei quali viene violato il diritto di assistenza morale o materiale, o peggio allorché il coniuge incolpevole venga abbandonato in uno stato di depressione o addirittura di malattia psichica o fisica.

Senza dubbio se non era possibile ipotizzare o ravvisare in tutte le situazioni di addebito una responsabilità ex art. 2043 c.c., tuttavia, non è neanche accettabile una soluzione che respinga sempre e comunque le pretese del coniuge che ha subito le angherie ed i soprusi dell’altro, sussistendo nella realtà giudiziaria situazioni di rilevante gravità nelle quali, al di là dell’attribuzione di un assegno di mantenimento, se dovuto, il danno subito dal coniuge incolpevole appare di tale entità, gravità ed incidenza oggettiva sulla vita futura, da meritare, su di un piano di giustizia sostanziale, un equo corrispettivo risarcitorio.

Fonte: http://www.goleminformazione.it/

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